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A PALAZZO
REALE LA PIU’ GRANDE MOSTRA ITALIANA DEDICATA A EDWARD HOPPER
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Milano
14 ottobre 2009 - La mostra presenta oltre 160 opere, tra cui celebri
capolavori come Summer Interior (1909), Pennsylvania Coal Town (1947),
Morning Sun (1952), Second Story Sunlight (1960), A Woman in the Sun
(1961) e diversi quadri mai esposti, come la bellissima Girlie Show
(1941). Il percorso espositivo attraversa tutta la produzione di Hopper e
tutte le tecniche di un artista considerato oggi un grande classico della
pittura del Novecento. Hopper ha dipinto il mistero della quotidianità. Ha colto la potenza estetica della vita comune, costruendo un teatro simbolico delle inquietudini, dei sogni, delle attese dell’uomo contemporaneo. Con la rassegna di Palazzo Reale Milano ripropone al grande pubblico un artista che ha amato l’Europa e le sue avanguardie, e ha ritratto gli Stati Uniti con un linguaggio del tutto nuovo. Un appuntamento culturale di rilievo assoluto, senza precedenti in Italia, che inaugura la collaborazione tra il Comune di Milano e la Fondazione Roma. Un evento reso possibile dalla partnership tra Milano e alcune tra le maggiori istituzioni museali statunitensi: il Whitney Museum of American Art, il Brooklyn Museum of Art di New York, il Newark Museum of Art, il Terra Foundation for American Art di Chicago e il Columbus Museum of Art. A cura di Carter Foster, la mostra ripercorre in sette sezioni tutta la produzione di Hopper, dalla formazione accademica fino agli ultimi anni. Sono rappresentate tutte le tecniche: l’olio, l’acquerello e l’incisione, con particolare attenzione al rapporto che lega i disegni preparatori ai dipinti: un aspetto fondamentale della sua produzione fino ad ora ancora poco considerato. Milano ripropone Hopper anche come testimone d’eccezione dei rapporti tra le culture europea e americana. La pittura europea influenza profondamente Hopper negli anni della formazione. Rientrato negli Stati Uniti Hopper trasfigura i linguaggi delle avanguardie europee in un modo nuovo di ritrarre lo spazio, in particolare New York, e le scogliere e le spiagge del New England. Per questo riscoprire Hopper significa rileggere cinquant’anni di rapporti tra i due continenti, in sintonia con il programma “Milano-Mondo”, con cui la Città si apre alle grandi culture del pianeta. Nel 2009 Milano ha scelto gli Stati Uniti e il Giappone. La pittura di Hopper è una delle grammatiche del Novecento. Un’arte che svela il legame profondo tra gli scenari della vita quotidiana e la realtà interiore, con una efficacia che fa convivere gli opposti: il realismo e la simbologia, la semplicità e la complessità, la serenità e l’inquietudine: sono i traguardi propri dei grandi artisti, capaci di parlare a tutti. Proprio sul coinvolgimento dello spettatore gioca l’originale campagna di promozione della mostra che trasforma i visitatori in altrettanti testimonial dell’arte di Hopper. Un modo per rendere omaggio all’universalità della sua pittura, ma anche per sottolineare una delle linee guida della programmazione culturale di Milano: rendere il pubblico protagonista dell’esperienza d’arte Proporre un’arte viva, coinvolgente, dinamica. Un’arte che diventa spazio e strumento di crescita. Un’arte che non vive per le vetrine, ma per le persone e la città. E’ la strada che abbiamo scelto per Milano. Letizia Moratti (Sindaco di Milano)
L’artista Nato e cresciuto a Nyack una piccola cittadina nello Stato di New York, Hopper studia per un breve periodo illustrazione e poi pittura alla New York School of Art con i leggendari maestri William Merritt Chase e Robert Henri. Si reca in Europa tre volte (dal 1906 al 1907, nel 1909 e nel 1910) e soprattutto le esperienze parigine lasciano in lui un segno indelebile, alimentando quel sentimento francofilo che non lo avrebbe mai abbandonato, anche dopo essersi stabilito definitivamente a New York, dal 1913. Alto un metro e novanta, nonostante la forte presenza fisica, era famoso per la sua reticenza, scriveva o parlava pochissimo del suo lavoro. Scomparso all’età di ottantaquattro anni, la sua arte gode della stima della critica e del pubblico nel corso di tutta la carriera, nonostante il successo dei nuovi movimenti d’avanguardia, dal Surrealismo all’Espressionismo astratto, alla Pop art. Nel 1948 la rivista “Look” lo nomina uno dei migliori pittori americani; nel 1950 il Whitney Museum organizza un’importante retrospettiva su di lui e nel 1956 il “Time” gli dedica la copertina. Nel 1967, l’anno della sua morte, rappresenta gli Stati Uniti alla prestigiosa Bienal di São Paulo. Da allora, l’opera di Hopper è stata celebrata in diverse mostre e ha ispirato innumerevoli pittori, poeti e registi. Eloquente il tributo del grande John Updike che in un saggio del 1995, definisce i suoi quadri “calmi, silenti, stoici, luminosi, classici”.
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